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La lingua italiana e le differenze dialettali

15.03.2016

L’Italia è ricca di sfaccettature pure quando si tratta di lingua, tant’è vero che per esprimere determinati concetti, si usano parole dalla scrittura e dalla pronuncia diverse.

I dialetti, così come la lingua del nostro paese, possiedono un lessico e una grammatica precisa che ci permettono di trasmettere correttamente un messaggio e, rispettivamente, di interpretarlo in modo diretto. Naturalmente, vi sono alcune espressioni che sono utilizzate sul territorio italiano, ma che sono pronunciate e scritte in modo differente da regione a regione.

Le differenze dialettali, nel complesso, ci permettono di approfondire dal punto di vista linguistico i popoli delle diverse aree della penisola e, allo stesso tempo, ci proiettano pure nel passato facendoci scoprire anche un po’ di storia, giacché nei dialetti si riflettono pure le influenze e contaminazioni dei diversi popoli che sono passati ed hanno lasciato una vera e propria impronta culturale.

Pensando per esempio ai termini utilizzati in ambito culinario in Italia, quando una pietanza è poco condita e quindi insipida, si è soliti indicare questo concetto nelle varie regioni in modo differente: in Toscana “insipido” è sostituito dialettalmente dal termine “sciocco “, mentre nel Lazio si è soliti utilizzare il vocabolo “scemo”.  In Campania, invece, si dice “sciapit”, mentre che Umbria e Marche si esprimono similmente con “sciàpu” e “sciàp”.

In alcune aree del nord Italia, come la Lombardia, la Valle d’Aosta e il Piemonte, questa parola si rende con il termine “fat”.  Restando sempre nell’arco settentrionale italiano, ma spostandoci in Veneto, qualcosa che non è stato condito correttamente è definito come “dessavio”.  Invece in Sardegna, per esprimere il medesimo messaggio, si dice che qualcosa è “scialbo”, mentre che nell’altra grande isola italiana, in Sicilia, si è soliti esclamare che è “insipidu”.

Ma questo non è certamente l’unico termine che conosce diversi modi di dire in tutta la penisola: basta pensare, ad esempio, anche al film “Tre uomini e una gamba” con il trio di comici Aldo, Giovanni e Giacomo, nella scena “Il Conte Dracula” che è invitato dai due cacciatori a prendere una “cadréga” ossia una “sedia” in lombardo e piemontese, termine che comunque non è capito dal comico che arraffa una mela e, con grande convincimento, esclama che la cadrega è davvero buona.

Nel resto dell’Italia settentrionale, il vocabolo “cadrega” assume piccole sfumature e in Liguria, Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige diventa “caréga”. “Carega”, invece, è il vocabolo utilizzato in Friuli Venezia Giulia, mentre che, nelle Marche è “seja”. 

Il termine si trasforma quasi completamente scendendo verso l’Italia meridionale: in Puglia, per esempio, si dice “sègg” come in Basilicata, mentre che, in Sicilia e in Sardegna diventa “seggia” e “cadrea”.

Nel complesso dunque si può affermare con certezza che molte parole della lingua italiana conoscono una sorta di traduzione dialettale che permette a ogni popolazione locale di parlare e comunicare in modo unico, rimarcando la cultura del posto.